If you need to you can get away from the sun

It was just me, locked up, sleeping during the day and making the record at night”.

Con queste parole Ruban Nielson descrive II, la seconda uscita della sua Unknown Mortal Orchestra. Un disco concepito mentre si era in giro per gli Stati Uniti, ad aprire i concerti di Girls, Liars e Grizzly Bear. Un lavoro che racconta tutta l’inquietitudine di Nielson nell’avere a che fare con persone e situazioni così diverse da quelle a cui la sua Nuova Zelanda lo ha abituato nel corso degli anni. Il risultato è che si tratta di un disco dalle sonorità e dalle parole molto più tristi rispetto alle aspettative dello stesso Nielson. Colpa delle “cose strane che iniziano a frullarti nella testa quando dormi poco e vivi di notte, con così poco sole”.

La verità è che II è un mezzo capolavoro, perché ha una personalità tutta sua. E’ lo-fi, ma curato nei dettagli. E’ narcisistico, ma non scade nello sterile virtuosismo. Suona tremendamente retrò, ma altrettanto attuale ed al passo coi tempi. Insomma è un disco talmente contraddittorio, da risultare perfettamente coerente con sé stesso.

E pensare che nemmeno quattro anni fa Nielsen aveva chiara una sola cosa nella sua testa: non avrebbe vissuto di musica. Dopo dieci anni di alti e bassi con i Mint Chicks (in cui suonava e cantava anche suo fratello Kody), con all’attivo tre album e qualche performance di supporto a band del calibro di Yeah Yeah Yeahs e TV on the Radio, i fratelli Nielsen decidono che ne hanno abbastanza. La band rilascia l’ultimo EP a Febbraio del 2010 e il 12 Marzo suona dal vivo per l’ultima volta. A fine concerto Kody distrugge il suo drumkit e parte dell’equipaggiamento della band, prende il microfono e urla alla folla “start your own fucking band”, una versione molto poco politically correct di un “arrivederci e grazie”.

E pensare che nemmeno quattro anni fa Nielsen aveva chiara una sola cosa nella sua testa: non avrebbe vissuto di musica. Dopo dieci anni di alti e bassi con i Mint Chicks (in cui suonava e cantava anche suo fratello Kody), con all’attivo tre album e qualche performance di supporto a band del calibro di Yeah Yeah Yeahs e TV on the Radio, i fratelli Nielsen decidono che ne hanno abbastanza. La band rilascia l’ultimo EP a Febbraio del 2010 e il 12 Marzo suona dal vivo per l’ultima volta. A fine concerto Kody distrugge il suo drumkit e parte dell’equipaggiamento della band, prende il microfono e urla alla folla “start your own fucking band”, una versione molto poco politically correct di un “arrivederci e grazie”.

Per Ruban è finito il tempo di correre dietro alle etichette, di rimediare date ovunque, di girare il mondo a bordo dei furgoni. La musica sarebbe diventata solo un hobby, mentre la proverbiale pagnotta la si sarebbe dovuta guadagnare facendo tutt’altro. Sì, ma cosa? C’è da cercar lavoro e da reinventarsi in un ruolo totalmente nuovo all’interno della società. Nel frattempo però si può continuare a strimpellare qualcosa, senza pressioni, senza compromessi, senza ambizioni. E’ così che, nel suo appartamento a Portland, l’ex membro dei Mint Chicks comincia a smanettare con più o meno ogni tipo di sample, fino a quando non trova un sound che lo convince. L’idea iniziale è di tenere questo materiale per sé, come se si trattasse di un diario personale sotto forma di musica.
Difficile però resistere alle tentazioni dell’era di Internet. C’è un posto dove si radunano persone che registrano roba in casa e che vogliono semplicemente di condividere il proprio hobby con gente che fa la stessa cosa: Soundcloud.

 

E’ passato pochissimo dall’ultimo concerto della sua vecchia band, quando su Soundcloud appare un pezzo intitolato ‘Ffunny Ffriends’.

Nessuna informazione aggiuntiva, nessuna indicazione su chi sia dietro quella traccia. E’ anche questo che attira diversi blogger, che cominciano a parlare compulsivamente del pezzo, generando un passaparola del tutto inaspettato.
Parte la caccia all’autore, ma non si arriva da nessuna parte. Per diverso tempo Nielson resta nell’anonimato, poi decide di dare un autore al pezzo.
Serve un nome che descriva lo stato d’animo di una persona che ha definitivamente accantonato il suo sogno, di un artista che non riesce a far a meno della sua musica, ma che la vive come un personale fallimento.

Unknown, sconosciuto. Mortal, mortale. E poi Orchestra, perché comunque un minimo di tono bisogna darselo. Va bene il pessimismo, ma piangersi addosso anche no (“non potevo mica chiamare il progetto ‘Ignore this Bullshit’ ”).

La verità è molto meno romantica di quanto possa sembrare: alcuni blogger conoscono il segreto di Nielson, ma gli consigliano ugualmente di rimanere anonimo, perché questo aumenterebbe l’interesse. Burial docet, no?
Non passa molto tempo, che si iniziano a trovare indizi vari, che in un modo o nell’altro portano prima ad una connessione con la Nuova Zelanda, poi coi Mind Chicks ed infine a Ruban Nielson.

 

La prima etichetta che decide di dare una chance alla psichedelìa da cameretta del neozelandese è la Fat Possum Records, che nel 2011 pubblica il primo, omonimo, disco del nuovo progetto. C’è da organizzare il primo tour, ma UMO non è ancora una band, perché tutto il lavoro è stato curato da un’unica persona.

Qui rientra in gioco Jake Portrait, ovvero l’ultimo produttore dei Mint Chicks, prima che questi si sciogliessero. A Ruban non serve un produttore, e non serve nemmeno uno che suoni batteria o chitarra, gli unici strumenti mai suonati da Jake. Serve un bassista e Portrait, nonostante non abbia mai preso un basso in mano, accetta.

Non è una band convenzionale, lo si capisce subito dal modo in cui Nielson suona. Uno stile tutto suo, che in qualcosa richiama Frank Zappa forse. Un modo di fondere pop, psichedelìa, rock che ammalia. Nessuna patinatura, nessun suono pulito. E poi, intendiamoci, una chitarra come quella passa una volta ogni tanto e non accorgersene è quasi un reato.
Che si sia davanti a qualcosa che non si vede tanto spesso, ce ne si rende conto anche vedondoli dal vivo, perché non è usuale che una band suoni una cover di ‘Sittin’ on the dock of the bay’ (di Otis Redding). A dirla tutta non è nemmeno normale che quel pezzo non fosse nella scaletta di quel concerto, ma che per non si sa quale motivo Nielson abbia cominciato a suonarla, a memoria, con Jake e Riley (Geare, il batterista) ad andargli dietro. Anche loro a memoria, senza mai averla provata, né mai accennato al dover proporre quel pezzo dal vivo. Venne talmente bene, che la BBC pretese che la band riproponesse quella cover sui loro schermi. 

Durante una serie di interviste, verrà chiesto a Ruban di suonare alcuni pezzi. A sua disposizione ha solo una chitarra ed inventa sul momento delle versioni acustiche dei pezzi. Questo gli darà l’idea di pubblicare alcuni di quei pezzi e di aggiungerci anche un paio di cover (Beck e Dirty Projectors), probabilmente suonate a memoria come già successo col pezzo di Redding.

Portrait, invece, continua a lavorare come produttore ed ingegnere del suono, ma non su roba targata UMO. Per ora si gode questa nuova, inaspettata vita, da musicista. La stessa vita che Ruban Nielson aveva deciso di mettere da parte. Ma come Peter Parker insegna, puoi anche buttar via il tuo costume da supereroe, se sei speciale sarai destinato ad indossarlo di nuovo.

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